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    R. Schito: Raison philosophique / raison politique


    Friedrich300 - Studien und Vorträge

    Raison philosophique / raison politique: il machiavellismo di Federico di Prussia

    Rosanna Schito

    Abstract 1

    <1>

    Der Beitrag thematisiert die Rezeption der politischen Gedanken des aus Florenz stammenden Niccolò Machiavelli (1469–1527) durch Friedrich II. von Preußen in seinem Oeuvre. Die Untersuchung ergänzt die in letzter Zeit erschienenen Arbeiten zum Machiavellismus in Deutschland während der Frühen Neuzeit. 2 Herausgearbeitet wird das Spannungsfeld zwischen Friedrichs theoretisch-moralisierender Auffassung von Voltaires Philosophie und seiner praktischen Anwendung der Gedanken Machiavellis im politischen Feld. Es zeigt sich, dass beides zueinander im Gegensatz steht. Ebenso wird offenbar, dass der Einfluss Voltaires auf die Schriften Friedrichs in der Wissenschaft bisher tendenziell überschätzt wird.

    <2>

    Die Studie vergleicht und beleuchtet bibliographisch genau die hinterlassenen Schriften Friedrichs des Großen. Dadurch ist es möglich, den Niederschlag von Machiavellis Ideen in den Werken Friedrichs des Großen nachzuvollziehen.

    Die Untersuchung basiert:

    – auf der philologischen und textkritischen Überprüfung des “Anti-Machiavell” in seinen verschiedenen Versionen und Ausgaben unter Berücksichtigung aktueller Forschungsergebnisse,

    – auf der Herausarbeitung der historischen Ungenauigkeiten und Widersprüche,

    – auf der Untersuchung der Beziehung zu anderen historischen und politischen Schriften Friedrichs wie den Considérations Sur l’État Présent du Corps Politique de l’Europe, der Histoire de Mon Temps, dem Essai Sur les Types de Gouvernement et Sur les Devoirs du Prince , dem Politische Testament von 1752 sowie der Korrespondenz des Souveräns, die anlässlich des 300jährigen Geburts-Jubiläums im Jahr 2012 besondere Aufmerksamkeit in der Forschung genossen hat.

    <3>

    Da die Schriften des Königs die verschiedenen Phasen seiner kulturellen und politischen Auffassung über vier Jahrzehnte hinweg dokumentieren, trägt dieser Aufsatz zur Analyse der Entwicklung von Friedrichs politischem Denken bei. Das vielseitige und umfangreiche Oeuvre des Königs beruht, so lässt sich zeigen, auf einer Matrix, die auf den Ideen der französischen Aufklärung basiert, die Friedrich der Große rezipierte, sowie auf den zeitgenössischen modernen Tendenzen der Politikwissenschaft.

    <4>

    Als Ergebnis muss man festhalten, dass die scheinbaren Widersprüche zwischen der publizierten Meinung und dem Handeln Friedrichs II. im Spannungsgefüge von philosophischer und politischer Vernunft liegen. Als König von Preußen konnte er weder die philosophische Räson in die politische übertragen, noch die politische Räson nach den Kategorien der philosophischen anwenden.

    Im Einzelnen zeigen die neun Abschnitte des Artikels:
    – dass der Einfluss Voltaires auf Friedrichs Machiavelli-Rezeption überbewertet worden ist,
    – dass die Gedanken und Handlungen Friedrichs im Kontext der politischen Entwicklung nach dem Westfälischen Frieden betrachtet werden müssen, d.h. den Verhandlungen zwischen Frankreich, England, dem Habsburgerreich und Russland und der wachsenden Bedeutung Brandenburg-Preußens,

    – dass die Vielfalt der Interessen Friedrichs von seinem Verlangen herrührt, verschiedenste kulturelle und psychologische Faktoren im Sinne der Aufklärung zu vereinen,

    – dass der Einfluss Machiavellis in den Traktaten und Abkommen Friedrichs deutlich zu erkennen ist,

    – dass die politische Theorie und die politische Praxis Friedrichs sich mit den Schlagworten „Philosophenkönig“ und „Feldherr“ umschreiben lassen,

    – dass Friedrich, die Schriften Machiavellis vor sich, im „kleinen Preußen“ den Traum vom „großen Reich“ träumt,

    – dass die Aufgaben des Souveräns deshalb der Erhalt und Ausbau des Staates sind,

    – dass es als Herrscher Tugend und Moral zu bewiesen gilt.

    – Der abschließende 9. Abschnitt bespricht die Auffassung Wilhelm Diltheys von den Beziehungen Friedrichs zu anderen Persönlichkeiten der Aufklärung und analysiert knapp das Friedrichbild Friedrich Meineckes und Thomas Manns.

    <5>

    I.

    Agli inizi del XVIII secolo, nel clima di una res publica litterarum più inclusiva e cosmopolitica rispetto a quella che aveva connotato l’atmosfera politico-intellettuale dei decennî precedenti, una nuova classificazione bibliografica aveva ritoccato il profilo dell'autore del Principe connotandolo di sfumature positive, fino a quando il rinnovato moralismo rigoristico dell'opera di Federico II riportò ad una polarizzazione di vecchie posizioni critiche. 3 Nel 1739, infatti, il principe ereditario di Prussia, sotto l'influsso – in parte, forse, sopravvalutato – di Voltaire, scrisse un Antimachiavel, ou Essai critique sur Le Prince de Machiavel , in antitesi rispetto alla tendenza riabilitativa di certo tardo-Umanesimo, fino all'Illuminismo, quando Harrington, Bayle, Diderot, Rousseau, Montesquieu, Christ, avevano interpretato Machiavelli come Repubblicano e difensore della libertà.

    <6>

    L'opera del giovane principe riscosse immediato e grande interesse in tutta Europa, e fu letta come un ambizioso programma di governo . 4 Tuttavia, ben presto divenne evidente ciò che Meinecke avrebbe in séguito definito Doppelgesichtigkeit einer Erscheinung : Federico pensava e agiva secondo le circostanze, le contingenze e dunque l'occasione e la necessità, dimostrandosi in tal modo diligentissimo seguace del Fiorentino. Non a caso lo stesso Voltaire nelle sue memorie scrive che: "Le Roi de Prusse, quelque temps avant la mort de son père, s'était avisé d'écrire contre les principes de Machiavel. Si Machiavel avait eu un Prince pour disciple, le première chose qu'il lui eût recommandé, aurait été d'écrire contre lui: mais le Prince Royal n'y avait pas entendu tant de finesse; il avait écrit de bonne-foi dans le temps qu'il n'était pas encore Souverain, e que son père ne lui faisait pas aimer le pouvoir despotique. II louait alors de tout son cœur la modération, la justice ; e dans son enthousiasme il regardait toute usurpation comme un crime". 5

    <7>

    L'Antimachiavel , con le sue differenti versioni, traduzioni e rimaneggiamenti, divenne molto conosciuto in àmbito tedesco; quasi ogni autore, nella seconda metà del XVIII, secolo si impegnò nella elaborazione di almeno un commento sul lavoro del sovrano. Ricorrente, in tal senso, fu la critica secondo la quale egli nel ruolo di principe ereditario e in qualità di scrittore criticò il Fiorentino, ma divenuto sovrano ne seguì le orme. 6 Nell' Antimachiavel Federico aveva, infatti, aspramente confutato gli insegnamenti del Fiorentino e la machtstaatliche Interessenpolitik , quintessenza dello stato territoriale; ma alcuni anni dopo la sua incoronazione giustificò il suo attacco alla Slesia, nelle pagine dell’ Histoire de mon temps , con l'argomentazione secondo la quale le passioni ( l es passions ) dei principi non conoscono alcun freno se non quando le terme ou leurs forces se trouvent impussantes : legge regolatrice costante, secondo l’autore, della politica europea; il primo attacco alla Slesia vi viene descritto poi come mezzo per accrescere la reputazione ( la réputation ) e la potenza dello Stato ( la puissance de l'état ): d al successo sul campo di battaglia dipenderebbero la réputation e la fortune des Prussiens , argomentazione con cui Federico II perseguì implicitamente gli insegnamenti del Fiorentino. Ed ancora, secondo la sua visione, la ragion di Stato della Prussia – quel droit de bienséance – avrebbe ispirato la politica prussiana sin dai tempi del padre Federico Guglielmo I attraverso l' Istruzione del 1722 ai successori, nella quale veniva indicata la via del rafforzamento dello Stato.

    <8>

    Diversa e contraria, rispetto a questa posizione, era invece l'opinione circolante in Europa, secondo la quale Federico Guglielmo I, a differenza del figlio, avrebbe perseguito una prudente politica estera, utilizzando l'apparence de la puissance piuttosto che le forces reelles . Forces reelles e puissance (due categorie machiavelliane) costituiscono per Federico i principî fondamentali che orientarono la politique della Prussia per accrescere ed assicurarle una Machtposition nell'ambito del sistema degli Stati europei. In definitiva, la puissance , la reputation, come pure la "fortuna delle armi" e il diritto del più forte costituiscono gli elementi fondamentali che hanno da sempre indirizzato la politica di potenza della Prussia, come Federico osserva nel suo Testamento Politico del 1752, nel quale vengono contraddetti e rettificati apertamente alcuni passi dell' Antimachiavel . Nei suoi scritti, inoltre, Federico II traccia una differenza fra Zivil - e Kriegsstaat ("Stato civile" e "Stato della guerra"). La politique des souverains si scinde, per così dire, in due sfere: l'una riguarda l'intérieur du gouvernement , dunque la politica interna, che afferisce specificatamente agli interessi dello Stato e al système du gouvernement ; l'altra sfera riguarda la politica estera, dunque il Kriegsstaat che garantisce la sicurezza e il consolidamento dello Stato: la possessions e la puissance come pure la consideration du prince . Accanto a queste viene posta la necessità di "un'arte del governo" attraverso una indivisibile triade: Cameralistica, Amministrazione delle Finanze e Forza militare, che costituiscono gli elementi fondamentali della politica prussiana.

    <9>

    II.

    Il XVII vede emergere, quale protagonista della politica europea, lo Stato territoriale monarchico accentrato destinato a divenire nel XVIII secolo una grande monarchia assoluta. Dopo la pace di Westfalia, si afferma, all'interno del quadro europeo, la pentarchia delle grandi potenze, großen Mächte : Francia, Inghilterra, Austria, Russia e Prussia 7 . Fra XVI e XVIII secolo "il consolidamento interno all'assolutismo progrediva, la sua opera di organizzazione statale interna e di educazione economica si affermava vigorosa e risanatrice. Cosicché, l'onta di tutti i lamenti mossi contro la malvagia ragion di Stato, l'uso dei mezzi immorali, cui essa ricorreva nelle lotte esterne, non suscitava più tanto sospetto nei principi ed era considerato come cosa del tutto naturale". 8

    <10>

    Presso le piccole e diversificate entità politiche che dominano il panorama imperiale tedesco l'accentramento delle funzioni di governo all'interno dello Stato territoriale diviene possibile solo quando il Fürst , attraverso la Kammer , giunge a essere il diretto ed esclusivo detentore del controllo sulle finanze, le quali svolgono un ruolo decisivo per la formazione e per il successivo consolidamento del potere statuale. 9 La gestione monetaria, vale a dire il fiscalismo, è, pertanto, da considerarsi tra i presupposti fondamentali dello sviluppo dello Stato "che eliminò tutti i concorrenti al possesso del potere pubblico: l'Impero, la Chiesa, la nobiltà, le comunità cittadine. Così tutta la società venne interamente statalizzata. Nei luoghi in cui il re fu in grado di ottenere per sé e utilizzare la forza finanziaria della borghesia – scrive Blaschke – si giunse alla formazione di uno Stato nazionale; dove invece furono i principi a realizzare questo processo, ebbe origine lo Stato territoriale". 10

    <11>

    Agli inizi del '700 il processo di accentramento delle funzioni statali si era anche nel Brandeburgo in parte compiuto e lo Stato prussiano aveva assunto la forma di una solida realtà costituzionale. La monarchia degli Hohenzollern era risuscita a scardinare il dualismo della società per ceti, strappando agli Stände , in particolare all'aristocrazia, le funzioni di controllo che essi esercitavano attraverso lo Steuerbewilligungsrecht (consenso al prelievo fiscale), destinato a essere definitivamente acquisito dal principe e dalla sua Kammer. La perdita di una prerogativa così essenziale compromette la posizione dei ceti all'interno della Costituzione, determinandone la trasformazione in forze genericamente sociali, prive di un’identità di potere. In particolare sotto la reggenza di Federico II, la nobiltà, ceto antagonista del sovrano, assume una funzione di servizio 11 all’interno dell’apparato burocratico-militare: "Un oggetto della politica del sovrano – scrive Federico nel suo Testamento politico del 1752 – in questo Stato è di conservare la nobiltà. [...] È parimenti necessario impedire alla nobiltà di servire altrove, e infonderle uno spirito di corpo e di nazione". 12

    <12>

    Considerata la classe sociale più rilevante, secondo una visione organicistica e gerarchica dello Stato, lontana delle posizioni illuministiche più mature, l'aristocrazia, accanto agli altri ceti dello stato territoriale, veniva incardinata all'interno del sistema amministrativo, concorrendo, assieme ai diversi corpi dello Stato, al raggiungimento del benessere e della felicità pubblica: ruolo che il sovrano stesso – in questo progetto eudemonistico e utilitaristico 13 – sentiva di doversi assumere.

    <13>

    Nella prospettiva politica del consolidamento dello Stato e dell'assolutismo monarchico, dobbiamo collocare l'esaltazione del legame fra Stato e ceto aristocratico, che si avvia in particolare sotto la reggenza di Federico II; sebbene dopo la guerra del Sette anni, il rapporto fra nobiltà e corona si inclini a favore di un'accentuazione del governo personale e monocratico del sovrano, la cui ostilità e diffidenza nei confronti della burocrazia statuale porta a valorizzare la relazione diretta fra sovrano e sudditi, promuovendo una "rivalutazione dei tradizionali organi cetuali, [...] con l'obiettivo di ridimensionare i poteri della burocrazia". 14

    <14>

    Il processo di consolidamento assolutistico dello Stato territoriale inizia sotto la reggenza del Grande Elettore Federico Guglielmo, il quale avvia la trasformazione della macchina statale con la creazione di un esercito stabile, permanente, e di un corpo burocratico professionale, esperto e fedele: base burocratico-amministrativa dell'accentramento di funzioni statali in mano al principe territoriale. Federico Guglielmo I si fa continuatore di questo indirizzo, rafforzando la propria posizione anche col ricorso all'antico principio del bonum commune . Si afferma così la filosofia del Wohlfahrtsstaat e della Glückseligkeit , che diventerà uno dei fondamenti della politica prussiana e di legittimazione del potere, garante della laicità tanto dello stato di diritto, quanto della scienza: il sovrano "oltre ad essere Summus episcopus e Summus magistratus , è anche Summus oeconomus . Non tyrannus , ma monarcha ". 15

    <15>

    Questo contenuto teorico, intriso di taluni elementi del luteranesimo e del calvinismo, si presentava, già dal secolo precedente, intrecciato alle moderne esigenze delle nascenti entità politiche autonome e mirava a rafforzare quelle istanze di ordine pratico, immediatamente operative anche da un punto di vista organizzativo. Il persistente richiamo alla felicità e al benessere della comunità politica assume toni "progressivamente più dettagliati e materiali ed immediatamente operativi, secondo il singolare mutamento che quel richiamo subisce, sotto la spinta di una continua intensificazione del ruolo ideologico-progettuale del diritto naturale e con risultati ancora una volta prettamente afferenti alla dimensione amministrativa, interventistica, di polizia, della nuova prassi politica". 16

    <16>

    La filosofia del benessere e della felicità, sempre più orientata alla prassi, trova in Germania, fra la fine del '600 e la prima metà del '700, il suo riscontro speculativo nelle teorie giusnaturalistiche di Thomasius e di Wolff. Il primo, "fondatore della teoria del dovere giuridico, come 'dovere coercitivo' esterno", 17 autore che dalla fine "del 1689 inizia sempre più a seguire quei pii teologi del declinante XVII secolo, che vengono in generale designati come 'pietisti'", 18 il secondo, "il re dei filosofi del XVIII secolo", 19 - al quale Federico di Prussia riconosce il merito di aver composto "le meilleur traité de logique, et en même temps le plus clair" 20 -, rappresentante del rationalismus e dell'ottimismo teleologico e antropocentrico. Il pensiero di Wolff operò a livello pratico e speculativo quella 'fortunata' "identificazione istituzionale di assolutismo politico, razionalismo filosofico e luteranesimo ortodosso che diventerà poi esemplare nella struttura politica culturale della Prussia fredericiana", 21 nella quale si afferma quella corrispondenza, tipica della scuola del diritto naturale tedesca, fra l'assolutismo dei Sovrani, benessere dei popoli e la teoria del contratto sociale.

    <17>

    Sulla scia del pensiero già attivo alla fine del '600, viene dunque ad affermarsi un ideale monarchico che poggia interamente sulla persona del sovrano - com'è nella speculazione e ancor più nella prassi politica di Federico - e sulla prospettiva di una affermazione dello Stato di ragione, 22 rispettoso delle libertà civili degli individui. In Leibniz – fondatore dell'Accademia di Berlino - questo indirizzo, che privilegia la torsione ideale-metafisica, assume un'importanza centrale, per diventare sotto la reggenza federiciana il modello per la costruzione di un ordine specifico di organizzazione politica, in cui cultura, politica e scienza determinano la prosperità e la felicità pubblica. 23 Sotto questo aspetto, scompare ogni dubbio circa l'inconciliabilità fra libertà individuale e assolutismo, qualora quest'ultimo venga posto su basi illuminate e di tolleranza, come sottolineato da Montesquieu, ancorché indirettamente, nell' Esprit des lois (L. XIX cap. XXVII).

    <18>

    Nel "secolo di Federico", i diversi indirizzi di pensiero operanti all'epoca 24 si pongono quale base di una mutazione del linguaggio giuridico-politico che investe la Prussia. Le radici di tale cambiamento affondano le loro basi, come già rilevato, nell'illuminismo ante litteram del "savant et célèbre" 25 Christian Thomasius (autore che, nella sua visione apertamente riformistica, attendeva dallo Stato assolutistico territoriale la promozione e l'attuazione delle riforme illuministiche di pace, sicurezza e libertà di coscienza), 26 nel wolffianesimo, 27 nelle recepite teorie del contratto sociale - cosi come formulate e riadattate da Pufendorf 28 -, e infine nelle suggestioni offerte dal pensiero illuministico francese, che per primo esercita un fascino diretto sul giovane re di Prussia.

    <19>

    III.

    Tutti questi indirizzi, che s'impongono all'attenzione del dibattito culturale dell'epoca, confluiscono negli scritti federiciani, i quali registrano – nel quarantennio del suo regno – le varie fasi della sua esperienza culturale e politica. Per tali ragioni l'opera eclettica del grande sovrano di Prussia può essere considerata – nella sua matrice composita e sincretica, aperta cioè sia alle istanze della scienza politica moderna, sia alla cultura illuministica francese – come una "sorta di spazio di incontro tra posizioni diverse, che per quanto spesso contraddittorie ed eterogenee, e non sempre originali, esercitarono un grande influsso sugli sviluppi del giusnaturalismo prussiano, come pure sulla sua legislazione civile". 29

    <20>

    Accanto alle suggestioni di carattere speculativo, da un punto di vista della politica pratica, Federico risente ugualmente dell'influsso esercitato da contrastanti indirizzi: l'uno stoico e moralistico, l´altro spietatamente realistico e machiavellistico – dettato dalle circostanze, dalla necessità e non ultimo dall'interesse dello Stato, al quale deve essere sottomessa ogni ragione morale – l'altro ancora aperto ai valori umanitari e cosmopolitici, tipici del pensiero illuminista. D'altra parte sarà lo stesso re-filosofo ad ammettere tale scissione nell'invito, contenuto nell' Avant-propos della Histoire de mon temps (1743), a distinguere in lui il "filosofo dal principe e dall'onesto uomo politico". 30 Diviso fra la vocazione di filosofo e la sua missione civile di "primo servitore dello Stato", Federico doveva assumere quanto fosse difficile, per chi conduce lo Stato, conservare l'onestà e il candore non appena si veniva trascinati all'interno del turbinio politico europeo, ed esposti incessantemente al rischio di essere traditi dai propri alleati, abbandonati dai propri amici, oppressi dalle gelosie e dalle invidie, ed alla fine costretti ad optare fra la terribile risoluzione di sacrificare il proprio popolo oppure la parola data. 31 Onestà e candore costituiscono le irrinunciabili qualità che egli invece aveva esaltato e difeso, pochi anni prima, nelle pagine ottimistiche, appassionate e talvolta contraddittorie del suo Antimachiavel , nelle quali "con l'entusiasmo della giovinezza, nel mattino della vita [...] nel lieto ardimento del genio [...] – aveva sostenuto– quando ancora gli scritti dei filosofi sullo Stato non avevano ancora perduto, per lui, nulla del loro splendore, l'ideale che lo ha accompagnato per tutta la sua attività di governo". 32

    <21>

    Nelle opere giovanili, animate dall'entusiastica adesione alla filosofia dei lumi, il philosophe di Sans-souci esprime alcune considerazioni circa la politica europea (nelle Considérations sur l'état présent du corps politique de l'Europe , 1738), governata da inestirpabili rapporti di forza, dalla legge espansionistica, dal bellicismo e dall'aggressività reciproca; si tratta di una costante che si esprime nell'insaziabile sete di potere e di dominio che caratterizza i grandi Stati d'Europa. Si fa dunque evidente che Federico come futuro "sovrano di un paese ormai direttamente coinvolto negli sviluppi internazionali di potenza, guardasse agli stati più forti, lo si vede bene, del resto, anche nelle sue opere storiche della maturità, in cui maggiormente traspare la preoccupazione di giustificare la politica estera di una Prussia in piena affermazione". 33

    <22>

    La critica all'"ambition démesurée" che egli rivolge a "quelques princes", 34 e la realistica inquietudine circa i rapporti di forza che governano l'Europa, lo portano ad osservare attentamente le scelte politiche delle grandi potenze emergenti, volte ad ingrandirsi a svantaggio di quelle minori. 35 Queste speculazioni si stagliano su uno sfondo storico che vede fronteggiarsi Austria e Francia, "nos Romains modernes". 36 La prima mirava addirittura a instaurare una monarchia ereditaria, per ottenere definitivamente – liberandosi dell'elezione – l'egemonia incontrastata su tutto il Sacro Romano Impero; la seconda, alla stessa stregua, attendeva il momento propizio per attuare i propri piani espansionistici ed egemonici sull'Europa intera, attraverso l'instaurazione di una monarchia universale. Le due grandi monarchie europee costituivano, accanto alle altre potenze di prima grandezza, il massimo emblema di quella politica spregiudicata, ispirata ai "perversi precetti" del Principe di Machiavelli, "perfido precettore degli usurpatori e dei tiranni".

    <23>

    Il corpo europeo – scrive nelle Considérations , delle quali l' Antimachiavel costituisce la continuazione - versa in una "situation violente" che rischia di travolgere l'equilibrio europeo: da un lato vi è la prepotenza del più forte e il suo desiderio di invadere ogni cosa; dall'altro lato, la debolezza e l'impossibilità di evitare che il più forte –il grande stato - come "un torrent impétueux" rompa gli argini per trascinare via tutto con sé, esponendo alla sventura di "révolutions les plus funestes". 37 Ed questa la tensione speculativa storico che anima tanto le pagine delle Considerations , tanto quelle dell' Antimachiavel . Se dunque le Considérations costituiscono una critica ai princìpi che regolano la politica europea – minata da una continua instabilità, e dall'assenza di un giusto equilibrio fra le grandi potenze ("juste balance entre les puissances dominantes") 38 –, e dominata da una logica di conquista e di espansione che trova nelle pretese dinastiche un ricorrente pretesto per le aggressioni nei confronti delle entità politiche più deboli ("le plus faible") 39 ; l' Antimachiavel , nelle sue diverse contraddizioni, contrappone un ideale di politica éclairée , basata sui principi del diritto naturale, e incarnata dalla figura del sovrano che costituisce l'anima dello Stato. In questa torsione ideale, in seguito abbandonata per far posto a un più disincantato realismo, il principe ereditario non persegue la verità effettuale, il suo obiettivo non consiste dunque nella ricerca di leggi eterne dell'agire politico, di quei principi validi per tutti i tempi, ovvero nell'individuazione di quei valori etici di cui Machiavelli dava l'esempio con il procedere del suo ragionamento, partendo dalla realtà storica, nella consapevolezza che in politica non si possa dare preferenza ai principi morali.

    <24>

    Vi sono, infatti, forze che costringono il principe al male, come lo stesso Federico deve tuttavia ammettere nelle sue pagine, ma questo male può tramutarsi nel bene. Nel capitolo XVIII del Principe , in un'espressione carica di significato si sostiene che sarebbe cosa buona "non partirsi del bene, potendo, ma sapere intrare nel male, necessitato", 40 l'esperienza tuttavia dimostra che in politica si è obbligati dalle circostanze a servirsi dell'astuzia, dell'inganno e della forza. Ciò impone a sua volta al politico di diventare leone e volpe. Si tratta di una massima respinta nell' Antimachiavel e ripresa, quasi alla lettera, alcuni anni dopo, in Les principes géneraux de la guerre : "On prend – scrive Federico nelle istruzioni ai generali di Prussia – alternativement, à la guerre, la peau de lion et la peau de renard; la ruse réussit où la force échouerait. Il est donc absolument nécessaire de se servir de toutes les deux. C'est une corde de plus que l'on a sur son arc; et comme souvent la force résiste à la force, souvent aussi la force succombe sous la ruse". 41

    <25>

    Nel capitolo XXI del libretto polemico, Federico che pure cerca di riconciliare politica e morale, opponendo in un primo momento il proprio ideale illuminato di governo, da cui discenderebbe, a suo dire, il conseguimento della vera gloria, non sconfessa tuttavia la possibilità di ricorrere per "ingrandirsi" all’uso della forza, ovvero della "conquista" armata. A questo esempio egli affianca il proprio "più innocuo, più giusto, ma non meno utile del primo". Si tratta della "maniera dolce ed amabile" per accrescere la fama 42 , sostenendo le "arti più necessarie alla vita" che determinano la prosperità di un paese: agricoltura, commercio, industria, geometria, filosofia, astronomia, eloquenza, poesia pittura, musica, scultura, architettura, incisione. Questo modo di rendere "prospero un paese è affidato – secondo il re-filosofo – alla saggezza del sovrano, che deve investirlo e farlo fruttare". 43 Resta, tuttavia, evidente come il consolidamento dello Stato, attraverso "le industrie di ogni genere", 44 e il progresso dell'umanità attraverso le scienze, secondo l'ideale illuministico, possano attuarsi soltanto dopo essersi sottratti al rischio di oppressioni, usurpazioni da parte delle potenze più ambiziose. Il rimedio sembra essere ancora una volta la guerra allo "scopo di respingere gli usurpatori, di mantenere i propri legittimi diritti, di garantire la libertà dell'universo". I sovrani – egli prosegue – "che intraprendono simili guerre non devono rimproverarsi il sangue versato; la necessità li fa agire, e in simili circostanze la guerra è un male meno grave della pace". 45

    <26>

    IV.

    Se dunque il filosofo illuminista non rinuncia all'ideale politico di veder realizzato in Europa un equilibrio secondo cui la "preponderanza di una monarchia è controbilanciata dalla potenza riunita degli altri sovrani", e l'onesto uomo di Stato suggerisce che per mantenere un simile equilibrio, sia necessario, in politica, non trascurare "mai i trattati e le alleanze, per mezzo delle quali si potrà uguagliare una potenza ambiziosa"; 46 il principe, nel suo proposito di consolidare lo Stato, invita invece ad adottare quella machiavelliana prudenza secondo la quale i principi non devono "impegnarsi con troppa leggerezza in alleanze con un principe più potente [...] che invece di soccorrerli potrebbe mandarli in rovina". 47

    <27>

    Le alleanze e i trattati costituiscono tuttavia fondamenti imprescindibili, tanto per i grandi Stati quanto per quelli più piccoli, se si vuole mantenere un certo equilibrio fra le potenze, e risultano irrinunciabili proprio per il sovrano di un piccolo Stato che: "non potrà restare isolato e privato di alleati potenti, senza rischiare troppo". Nelle pagine dell' Antimachiavel è ancora l'onesto uomo di Stato a suggerire quanto sempre sia "vantaggioso stipulare dei trattati. Gli Alleati che vi procurerete – egli scrive – saranno tutti nemici in meno, e se anche non vi fossero di grande aiuto, potrete sempre costringerli a restare neutrali almeno per un certo periodo di tempo”; 48 sebbene – egli avverte - queste misure prudenziali non sempre sono sufficienti giacché "una dolorosa necessità costringe i principi a ricorrere a mezzi molto più crudeli, perché ci sono casi in cui si è costretti a difendere con le armi la libertà dei popoli ingiustamente insidiata." 49

    <28>

    Molti spunti di riflessione provengono, inoltre, dalle pagine contraddittorie del capitolo XVIII, incentrate sul tema della "fede promessa", della simulazione e "dissimulazione"; si tratta di questioni che ritorneranno in altri capitoli della Réfutation , nei quali a partire dal XIX, viene scemando l'avversione a Machiavelli. Fin troppo nota risulta, a tal proposito, la confutazione contenuta nell' incipit del capitolo ("il maestro dei tiranni osa affermare che i principi possono ingannare gli uomini con la dissimulazione"), 50 che sarebbe stata smentita nel 1777, quando diventò materia del concorso a premi bandito dall'Accademia di Berlino – ormai organo centrale della connessione fra Stato burocratico federiciano e illuminismo tedesco. Chiamata ad impegnarsi nel formulare questioni finalizzate all'aspetto pratico, l'Accademia bandì come tema del concorso la "questione machiavelliana" se sia utile ingannare il popolo ( S'il peut être utile de tromper le Peuple ) 51 , che animava il vivace carteggio fra Federico e D'Alembert e che veniva ora proposta al pubblico. 52

    <29>

    Nella fragile critica al Fiorentino, intrisa di diversi errori interpretativi del suo pensiero, Federico dimostra talvolta di non aver colto pienamente il vero significato delle massime del Principe ; in particolare, per la stesura dell' Antimachiavel , egli (non potendo approfondire la vasta letteratura sul tema – come confiderà a Voltaire "tout cela roule encore dans ma tête, et il faudra le secours de quelque divinité pour débrouiller ce chaos") ricorre a pochissime fonti letterarie che esercitano la massima influenza nel suo scritto (Fénelon, Bayle, Voltaire, Montesquieu). In ogni caso con grande difficoltà egli cercherà ugualmente di confutare capitolo per capitolo le massime machiavelliane del Principe , ma lo farà, soprattutto, sulla fragile base dell'opposizione col modello di virtù di derivazione montesquieuviana. Nonostante le tante contraddizioni e la debolezza delle sue argomentazioni, Federico – che pure non ha colto il significato complessivo dell'opera di Machiavelli, come dimostra l'assenza di un confronto diretto con il capitolo XXVI del Principe – sostiene boriosamente in una missiva indirizzata all'Algarotti che: "Il ne fallait pas la force d'Hercule pour dompter le monstre de Machiavel, ni l'éloquence de Bossuet pour prouver à des êtres pensants que l'ambition démesurée, la trahison, la perfidie et le meurtre étaient des vices contraires au bien des hommes, et que la véritable politique des rois et de tout honnête homme est d'être bon et juste. Si j'avais cru que ce dessein surpassât mes forces, je ne l'aurais point entrepris." 53

    <30>

    Voltaire dal canto suo osserva: "Il me semble encore que quelquefois Machiavel se retranche dans un terrain, et V. A. R. le bat dans un autre; au troisième chapitre, par exemple, il dit ces abominables paroles : Si ha a notare, che gli uomini si debbono o vezzeggiare o spegnere, perchè si vendicano delle leggieri offese; delle gravi non possono". V. A. R. s'attache à montrer combien tout ce qui suit de cet oracle de Satan est odieux. Mais le maudit Florentin ne parle que de l'utile.’” 54

    <31>

    Oppure, nelle digressioni che ricorrono in svariati luoghi del suo scritto, il re-filosofo allontanandosi dall'oggetto della sua argomentazione, introduce le sue reali riflessioni, spesso confliggenti con la confutazione iniziale. È ancora il caso del capitolo XVIII nel quale il principe ereditario, dopo aver criticato Machiavelli sul piano della logica, svelate le contraddizioni di talune formulazioni, a suo dire, prive di premesse, inserisce una breve asserzione che dovrebbe indurre a riflettere: "in politica – egli scrive - la doppiezza, spinta troppo oltre, è anche mancanza di stile". 55 In questo passo Federico suggerisce forse che l'inganno e la doppiezza debbano essere accortamente dosate? Nelle stesse pagine egli rompe il filo del discorso per inserire una digressione ("Mi si perdoni questa digressione"): “ci siano circostanze innegabili” – scrive – in cui un sovrano "non può fare a meno di rompere un trattato o un'alleanza; – in tal caso – però ci si deve comportare da persona onesta, avvertendo in tempo gli alleati". 56

    <32>

    V.

    Queste osservazioni, com'è noto, verranno ben presto smentite dalla sua prassi politica, dopo l’ascesa al trono, infatti, mentre ancora era in corso la pubblicazione dell' Antimachiavel , Federico dimostrava quali fossero le sue vere inclinazioni, ampliando “les forces de l'État de seize bataillons, de cinq escadrons de hussards, et d'un escadron de gardes du corps.” 57 Ben presto, infatti, il suo esordio politico ne rivelerà la complessa e singolare personalità; egli non era soltanto quel principe filosofo e pacifico, amante delle "belle lettere", delle arti e delle scienze; ma era anche un uomo animato da una non comune fredda lucidità di propositi e da un'implacabile fermezza nel metterli in atto. In una nota missiva a Voltaire il 26 ottobre del 1740, 58 dopo il cosiddetto "affaire de Liége", svelerà il passo successivo che avrebbe compiuto a favore dell'espansione prussiana. La scomparsa dell'imperatore Carlo VI costituiva a suo avviso il momento "du changement total de l'ancien système de politique"; questo evento, che aveva sconvolto tutte le idee pacifiche ("…Cette mort dérange toutes mes idées pacifiques") del giovane re, si presentava quale occasione propizia per dare seguito a quei progetti espansionistici che da lungo tempo egli aveva meditato: "Tout était prévu, tout était arrangé. Ainsi il ne s'agit que d'exécuter des desseins que j'ai roulés depuis longtemps dans ma tête." 59

    <33>

    Alcuni anni dopo, nel capitolo secondo dell' Histoire de mon temps , Federico avrebbe motivato l' affaire de Liége , sostenendo che la moderazione è una virtù che gli uomini di Stato non devono sempre applicare rigorosamente, e questa deroga veniva a sua volta legittimata dalla "corruption du siècle", 60 la quale imponeva il ricorso alla fermezza piuttosto alla mollezza. Tuttavia queste osservazioni non devono fuorviare, poiché sia nelle Considérations sia nell' Antimachiavel , oltre alla preoccupazione di preservare la sicurezza della Prussia ("de ceux qui, [...] veulent nous entraîner dans l'esclavage"), all'interno del sistema europeo (e quindi di conservare lo Stato, che costituisce il preludio all'espansione), emerge anche l'esigenza una di affermazione della Prussia nel quadro delle potenze europee. Federico, infatti, è alla ricerca di un rimedio per contenere le voraci ambizioni di alcune potenze, attraverso alleanze e alla capacità di penetrare "des vrais intérêts des royaumes [...] la politique des ministres [...]et que leur dissimulation cache aux yeux du public", affinché si possano "prévenir" le loro imprese. Infine osserva: "…c'est un opprobre et une ignominie de perdre ses États; et c'est une injustice et une rapacité criminelle de conquérir ceux sur lesquels on n'a aucun droit légitime". 61

    <34>

    Negli essais giovanili - mossi dagli ideali politici di un principe non ancora giunto al potere - troviamo da un lato l'interpretazione della scienza del governo ispirata dai valori di umanità, di progresso scientifico e di libertà, e dall'altro lato un' analisi del sistema internazionale nei termini esclusivi di "sistema di potenza", all'interno del quale si manifesta la volontà egemonica delle grandi monarchie, contro gli interessi legittimi dei piccoli Stati. In questi saggi si ritrovano inoltre alcune questioni tipiche della letteratura politica dei due secoli precedenti, ancora vive nella produzione letteraria illuministica come il tema della conservazione, dell'ampliamento degli Stati, e più in generale le tematiche della pace e della guerra, dell'ordine e del conflitto. Si tratta di questioni riprese nelle successive opere storiografiche dell'autore, nelle quali gli elementi interpretativi degli scritti precedenti assumono una veste più equilibrata ed organica. Gli scritti storiografici di Federico, costituiscono, come suggerisce Bazzoli, una riflessione sulla "progressiva affermazione storica della Prussia", ovvero una narrazione della sua graduale espansione. 62

    <35>

    Nella Histoire de mon temps , sulla falsariga delle grandi opere storiografiche del secolo precedente, 63 ma opportunamente edito nella sintetica veste di volumetto finalizzato a "transmettre à la postérité les faits principaux" il re di Prussia traccia un'analisi della posizione che le monarchie europee occupano all'interno del sistema europeo degli Stati. Francia e l'Inghilterra possediedono una preponderanza decisiva sulle altre ("avaient une prépondérance décidée sur les autres"); la prima "par ses troupes de terre et ses grandes ressources", la seconda "par ses flottes et les richesses qu'elle devait à son commerce", mentre Spagna e Casato austriaco "étaient à peu près égales en force", infine, l'emergente potenza russa, ancora troppo 'lontana' dal continente europeo. Accanto alle monarchie ora menzionate, la Prussia occupa una posizione subalterna. Tale indagine sulle potenze e l'equilibrio europeo si accompagna all'analisi delle occasioni favorevoli all'espansione prussiana. In tal senso, la successione austriaca alla morte di Carlo VI da un lato, e quella dei ducati di "Juliers et de Berg" dall'altro lato, costituiscono "l ´ objet le plus intéressant de la politique de la maison de Brandebourg" . 64 Da un punto di vista politico, simili circostanze avrebbero dato occasione al reggente prussiano di impiegare con profitto la sua potente macchina militare, qualora le rivendicazioni circa i vecchi diritti della Prussia, più o meno fondati, non avessero trovato seguito.

    <36>

    Un'anticipazione su queste posizioni è già presente nel capitolo XXVI dell' Antimachiavel , in cui Federico esprime il proprio punto di vista circa la necessità di ricorrere alla violenza e alle armi: "ci sono le guerre d'interesse – scrive – che i re sono costretti ad intraprendere per affermare i diritti a loro contestati e per sostenere con le armi la propria causa: allora la validità delle loro ragioni si decide in battaglia". 65 In questa valutazione è compresa la considerazione del carattere "extramorale" della politica, dunque il principio pragmatico e utilitaristico di un superamento "dell'antinomia politica- etica", per usare una espressione di Joseph Macek, secondo il quale Machiavelli, nei suoi scritti, ha appunto tentato di dimostrare l'impossibilità di un'affermazione dell'"etica statale", sebbene essa debba restare quale "ideale aspirazione" umana . 66

    <37>

    Come nel Fiorentino, dunque, anche nella concezione del Prussiano è ben presente la coincidenza fra interesse generale e vantaggio dello Stato; in tal senso il re-filosofo individua nella "guerra giusta" il fine "morale" da perseguire con mezzi che egli si premura di legittimare. "È dovere dell'uomo prudente – scrive – scegliere il male minore, come anche adottare i mezzi più sicuri, trascurando quelli incerti. E' meglio dunque che il principe si impegni in una guerra offensiva finché ha la possibilità di scegliere fra il ramoscello d'ulivo e quello d'alloro, piuttosto che aspettare tempi disperati. Quando una dichiarazione di guerra potrebbe soltanto ritardare la sua schiavitù e la sua rovina". 67 In quest'ottica il fine politico costituisce "l'incarnazione della moralità statale". Sotto questo aspetto non sembrerebbe esserci una profonda contraddizione all'interno della produzione letteraria di Federico. Le puntuali riflessioni dell'autore, contenute negli essais giovanili, in ordine al problema della conservazione politica, o del système général (che comprende tanto la politica interna quanto quella estera) messo in crisi dalla prevaricazione degli interessi particolari, 68 assumono in seguito la forma più organica di un paradigma conservativo dell'ordine, che rientra perfettamente nella logica della ragion di Stato, come si evince dai Les conseils du trône in cui "La politique d'état se réduit à trois principes. Le premier à se conserver, et, suivant les circonstances, à s'agrandir. Le second, à ne s'allier que pour son avantage, et le troisième à se faire craindre et respecter, dans les temps même les plus fâcheux". 69

    <38>

    VI.

    Nel loro complesso, inoltre, gli scritti di Federico mostrano la tensione tipica che si registra nello stesso esprit des lumiéres , ancora in debito con il secolo precedente e incapace di un'elaborazione sistematica e autonoma di una teoria delle relazioni internazionali. 70 In altre parole, se da un lato il '700 non rinuncia alla lezione realistica del passato, che aveva visto nella concentrazione del comando politico e nella discussa formula di ragion di Stato la possibilità di contenere i conflitti a garanzia dell'ordine politico interstatale; dall'altro lato esso diffonde in tutta Europa l'esaltazione di un modello di società civile internazionale, colta, pacifica, cosmopolitica e tollerante. L'idea di cosmopolitismo permea la cultura politica e gli Stati sono considerati come entità complementari le une alle altre, ciascuna con la propria specifica area giurisdizionale, riconosciuta in un'idea di ordine giusnaturalista. La "grandezza della Germania", paese al centro d'Europa, viene fatta derivare dalla sua capacità di unire "in una corona i più bei fiori di tutti i popoli". 71 "Sicché tocca in sorte a Federico di Prussia di riunire nella propria realtà personale di intellettuale illuminista e insieme uomo di Stato e di potere, tanto gli aspetti omogenei e integrabili di tradizioni diverse per cultura e metodo politico, quando gli elementi di esse apparentemente, o effettivamente, contrastanti e inconciliabili". 72

    <39>

    La politica machiavelliana, osserva Giulio Ferroni, è "segnata da un'ossessione dell'inizio, da un'attenzione al momento fondante: il valore e la resistenza di uno Stato, del potere in esso esercitato, delle sue istituzioni devono essere fissati all'origine". 73 L'attenzione del Principe si focalizza sul principato novo . Allo stesso modo, potremmo giudicare l'opera letteraria di Federico, come la ricerca di un nuovo inizio, nel quale si affermano, attraverso l'impulso della riflessione illuministica, le prospettive di una sicura sopravvivenza – contro le tendenze espansionistiche delle potenti monarchie – delle piccole entità politiche sovrane, la cui prosperità e il benessere dei sudditi dipendono: all'interno, dalla relazione che esse instaurano con la forma di governo; e all'esterno, dal rinnovato equilibrio fra i grandi poteri. Le basi di questo nuovo corso, che riguarda la Prussia, furono poste in passato, come si evince dalla ricerca sulle origini che Federico intraprende in Mémoir puor servir la maison de Brandeburg e in Histoire de mon temps . In tal senso anche l'analisi dell'equilibrio europeo, contenuta nelle Considérations , riguarda, appunto, l'"Herstellung einer neuen Ordnung" , 74 in cui i più deboli, ovvero i piccoli Stati, sono chiamati a rafforzarsi; quando cioè sia giunto il momento per un nuovo, grande cambiamento. Un passaggio emblematico delle Considérations riporta questo suo pensiero: "Quel temps plus propre pour donner des lois à l'Europe? Quelles conjonctures plus heureuses pour pouvoir tout oser?" 75 La congiuntura propizia alla Prussia si presenterà alcuni anni dopo, con la morte di Carlo VI.

    <40>

    Nel novembre 1740, in una lunga nota riservata dal titolo Idées sur les projets politiques a former au sujet de la mort de l'empereur , indirizzata al ministro di Stato Podewils, 76 il giovane re con freddo realismo valutava i vantaggi e i rischi di una conquista della Slesia. Fra tutti i territori dell'eredità imperiale, questo Stato costituiva, a suo avviso, il territorio sul quale la Prussia aveva maggiori diritti, ma soprattutto quello che conveniva "le mieux à la maison de Brandebourg"; pertanto, pretestuose o legittime che fossero le rivendicazioni del suo casato di "maintenir ses droits", era evidente che occorresse cogliere "l'occasion de la mort de l'Empereur" per entrarne in possesso; giacché la superiorità delle truppe prussiane e la prontezza con le quali queste ultime potevano agire, avrebbero garantito, approfittando di questa imprevista congiuntura, un vantaggio su tutte le potenze vicine, e una superiorità su tutte le altre "puissances de l'Europe". 77 Federico analizza quali reazioni potrebbe scatenare la conquista, ed è sicuro del fatto che se non si troverà un accordo con l'Inghilterra e l'Olanda, lo si troverà certamente con la Francia, la quale "guarderà con occhio soddisfatto il ridimensionamento della casa imperiale". 78 Restava ancora il problema della Russia, l'unica "capable de nous donner de l'ombrage"; per ovviare a questa circostanza occorreva strategicamente entrare in possesso della Slesia prima dell'inverno, in tal modo la Prussia avrebbe certamente trovato qualche alleato e così – scrive Federico – "nous négocierons avec succès". Se al contrario si fosse agito diversamente, i vantaggi acquisiti sarebbero sfumati, fino a vedersi imporre condizioni assai onerose per poi infine doversi accontentare di sole "bagatelles". 79 Il seguito della campagna di Slesia, troppo nota per essere qui ripresa in dettaglio, mostrerà come l'abile politico prussiano abbia operato, attraverso una esemplare combinazione di attività diplomatica e dissimulazione politica, perseguendo con fredda volontà di intenti gli scopi prefissati.

    <41>

    Come Machiavelli, dunque, Federico condivide la convinzione che ogni forza politica sia spinta verso l'accrescimento di potenza e di dominio. Superato lo stato di necessità, di mera lotta alla sopravvivenza, subentra l'ambizione, suscitata dalla forza – che anima tutti gli esseri umani – del desiderio di accrescimento e di supremazia anche morale, che egli riscontra nei francesi e nella loro profondità di spirito. Alla Francia, il re-filosofo riconosce, infatti, il primato culturale, dovuto anche all'affermarsi dell'idioma francese che aveva assunto – dopo aver soppiantato il latino – il carattere dell'universalità. I francesi, ancora, avevano per primi riunito le loro forze interne, grazie a una saggia amministrazione, avevano cioè dato avvio a quelle riforme, cui presto tutti gli altri Stati avrebbero fatto ricorso. E queste forze interne erano ormai pronte a dispiegarsi all'esterno con voluttà e forza universalizzatrice, grazie all'azione di grandi uomini del passato come: Richelieu, Mazarino e Luigi XIV, i quali donarono alla nazione "une protection éclatante aux sciences comme aux beaux-arts". 80 In particolare, rispetto alle altre nazioni, i francesi si distinsero, secondo Federico, "surtout par la méthode et le goût plus raffiné".

    <42>

    È la Francia, dunque, come messo in evidenza da Charles Fleischauer, "l'ideale Machiavellista della sua ammirazione invidiosa; tutte le sue azioni sono grandi", 81 la sua politica è feconda. Federico cade più volte in contraddizione, da un lato egli ammira le azioni machiavelliste dei ministri-cardinali Francia, dall'altro ne condanna la condotta. D'altra parte, così si esprime ancora Fleischauer, in gran parte la sua Réfutation non è altro "que du machiavéllisme pur"; ogni suo capitolo inizia con una negazione assoluta dei precetti del Fiorentino e si conclude con una loro approvazione, almeno "subcosciente". 82 Nel corso della scrittura diminuiscono, infatti, gli appellativi ingiuriosi rivolti a Machiavelli, fino all'ultimo capitolo, del quale il Fiorentino sembrerebbe l'ispiratore segreto, in cui il proncipe ereditario si sofferma sui negoziati e sui motivi che si possono ritenere giusti per una dichiarazione di guerra. In queste ultime pagine del libretto polemico non troviamo dunque un commento del capitolo XXVI del Principe, che – com'è noto – costituisce l'afflato dell'opera e la premessa logica che ispira l'intero scritto: la volontà di fondare uno stato moderno, nazionale e unitario. Il filosofo di Sans-souci si discosta totalmente dai contenuti del Principe per concentrarsi invece sul tema dei negoziati e della guerra, che qui appare quale espressione di una volontà di indipendenza, del timore di essere sopraffatti e del desiderio di rendere potente lo Stato. E come avvenne poi per i tanti avversatori di Machiavelli - pensatori e pubblicisti spinti dalla necessità di legittimare o di promuovere, con le opere, governi saldamente costituiti nelle mani del sovrano - anche Federico, che formalmente si era dichiarato avversatore del Fiorentino, sarà condotto, nella compilazione finale della Réfutation , a seguirne le orme. Da questo punto di vista la sua opera avrebbe fatto prevedere "en quelque sorte le règne a venir". 83

    <43>

    Nel ripercorre la storia dell'affermazione del Brandeburgo-Prussia, un piccolo Stato che diede impulso all'opera di riforma interna con efficacia ed energia senza pari, 84 Federico doveva tuttavia ammettere che circa la conquista sul terreno "spirituale" il suo popolo era rimasto indietro, rispetto alle grandi nazioni civili, ma ciò non era dovuto ad una carenza di talento, quanto dalle serie di guerre che nel corso dei secoli avevano ridotto il Brandeburgo in miseria. 85 A ciò si affiancava la pedanteria e la dogmaticità degli eruditi che occupavano le cattedre universitarie tedesche, che nessuno frequentava a causa "de leur rusticité"; sebbene non fossero mancati eruditi come "le grand Leibniz» e «le docte Thomasius", che si distinsero per il "loro genio, e che fecero onore alla nazione". 86

    <44>

    Era evidente che la rinascita spirituale di un popolo richiedesse prima di tutto un ristabilimento delle finanze e dell'ordine politico interno, entrambi gli elementi (finanze e ordine politico) costituivano, a loro volta, il fondamento del risveglio culturale. In tal senso deve essere interpretata la rifondazione dell'Accademia di Berlino, pensata quale Università per la classe reggente del Paese, ma anche quale roccaforte dell'illuminismo. In Germania – aveva scritto - non mancano menti laboriose, filosofi, geni, e tutto ciò che si possa desiderare, occorre solo un Prometeo "qui dérobe du feu céleste pour les animer". 87 E sebbene i giorni della rinascita "de notre littérature" si avvicinino, scrive infine Federico senza nascondere un velo di amarezza, egli è convinto, data l'età avanzata, che non sarà mai testimone di questa rinascita; come Mosè vedrà la terra promessa da lontano senza potervi mai entrare ("mon âge m'en interdit l'espérance. Je suis comme Moïse: je vois de loin la terre promise, mais je n'y entrerai pas"). 88

    <45>

    VII.

    "Beaucoup de personnes ont écrit l'histoire, mais bien peu ont dit la vérité. [...] Je suis meme dans la persuasion que je dois a la prospérité un récit exact et vrai des évènements que j'ai vus [...] je ne dois poin omettre des anecdotes qui servent a caractériser l' esprit du siècle et de ces petites choses qui ont donné lieu aux grandes. Comme je parle a´ la postérité, aucune considération me retient, je ne garde aucun ménagement pour le princes mes contemporains et je ne déguise rien sur mon propre sujet". 89 Nell'intento di scrivere la storia del proprio casato, Federico non maschera lo scopo della sua indagine. Una volontà educatrice anima i suoi scritti storiografici; essi sono dedicati, è il caso dell' Histoire de mon temps , ai suoi successori "ceux qui à l'avenir gouverneront cet État", pertanto devono essere interpretati quasi alla stessa stregua di un instrumentum regni .

    <46>

    Il re-filosofo consegna le memorie di cui è testimone, a suo giudizio imparziali, che contengono le Res gestae e l' Historia rerum gestarum del suo tempo, ma non solo. E poiché l'opera è indirizzata alla posterità, l'autore non indulge in alcuna adulazione o il suo contrario a sacrificio della verità: "Cet ouvrage-ci – egli scrive nell' Avant-propos – cétant destiné pour la postérité, me délivre de la gêne de respecter les vivants, et d'observer de certains ménagements incompatibles avec la franchise de la vérité". 90

    <47>

    Wilhelm Dilthey, che pure in Federico il Grande e l'illuminismo tedesco ha collocato il sovrano nella cerchia dei più alti rappresentanti dell'illuminismo, accanto a Voltaire e Diderot in Francia e a Lessing in Germania, ha comunque sostenuto che nonostante Federico abbia "raggiunto il punto più alto nella storiografia" i suoi scritti abbiano "senso unicamente, come accompagnamento di una grande vita pratica; se si vogliono apprezzare non si possono separare da questa". 91 L' Histoire de mon temps , con i suoi diversi Avant-propos (1743, 1746, 1775), costituisce una sorta di autobiografia del re e uno dei monumenti più significativi della sua opera storiografica che tenta di coniugare, come del resto anche gli altri scritti, l'ideale di governo con le necessità pratiche di una politica di espansione. All’ Histoire devono essere collegati altri scritti nei quali Federico in una continuità di linguaggio, a più riprese, racconta la storia del suo regno. Al centro della rappresentazione viene sempre posta la monarchia prussiana e i suoi interessi; ma anche la politica dei sovrani europei, le loro "négociations", "intrigues", "guerres" e "batailles", e tutti i grandi avvenimenti occorsi sulla "scène du vaste théâtre de l'Europe". 92

    <48>

    Nella descrizione, a suo dire, realistica e sincera l’autore procede dal punto di vista della Prussia, ovvero degli interessi della propria dinastia e della sua politica di conquista: "je tâcherai de crayonner légèrement ce qui regarde les autres puissances, et où je m'étendrai davantage pour ce qui regarde la Prusse, comme intéressant directement ma maison, qui peut regarder l'acquisition de la Silésie comme l'époque de son agrandissement". L'obiettivo primario dell'opera va anche ben oltre le premesse contenute negli Avant-propos , ovvero di informare i suoi successori al trono circa i fenomeni politici e storici che occorsero durante la sua reggenza, e di spiegarne le forze che li mossero. La storia in quanto "école des princes" si presenta come strumento didattico, direttamente utile al potere e alla sua conservazione. Sotto questo aspetto, Federico sembrerebbe mettere in atto il suo programma di riattualizzazione dell’antica arte dell' institutio principis , ponendo quale regola fondamentale l'interesse dello Stato, che "doit servir de règle à la conduite des souverains", che consiste come per il Fiorentino nella finalità del suo mantenimento ( mantenere lo Stato ), in tal senso viene ammessa la legittimità di qualsiasi mezzo violento, o stratagemma, anche in esplicita violazione delle leggi e degli accordi sottoscritti. In un breve passaggio, il re di Prussia elenca i quattro casi in cui la rottura delle alleanze contratte si rende necessaria, scompare definitivamente ogni riferimento alla giustizia e alla legittimità dell'azione, la valutazione si muove sul solo piano dell'opportunità e dell'efficacia in vista del fine, costituito dalla difesa del dominio politico e del suo mantenimento. Les cas de rompre les alliances sont ceux: - scrive il sovrano di Prussia, quasi a voler porre una regola generale : "1° où l'allié manque à remplir ses engagements; 2° où l'allié médite de vous tromper, et où il ne vous reste de ressource que de le prévenir; 3° une force majeure qui vous opprime et vous force à rompre vos traités; 4° enfin, l'insuffisance des moyens pour continuer la guerre: par je ne sais quelle fatalité, ces malheureuses richesses influent sur tout, et les princes sont les esclaves de leurs moyens; l'intérêt de l'État leur sert de loi, et elle est inviolable. Si le prince est dans l'obligation de sacrifier sa personne même au salut de ses sujets, à plus forte raison doit-il leur sacrifier des liaisons dont la continuation leur deviendrait préjudiciable. […] notre intention n'est pas de les justifier tous; j'ose pourtant avancer qu'il en est de tels, ou que la nécessité ou la sagesse, la prudence ou le bien des peuples obligeait de transgresser, ne leur restant que ce moyen-là d'éviter leur ruine". 93

    <49>

    Nel lessico, forse inconsapevole, di questi avvertimenti, posti come massime di un agire prudente, che il sovrano deve osservare, e dalle quali dipende il successo e il fallimento dell'azione, riecheggiano le assunzioni filosofiche di fondo della politica machiavelliana. Federico adotta un modello che legittima l'utilizzo di ogni strumento in possesso del potere per conservare o ingrandire lo Stato, e sembrerebbe quasi richiamare alla lettera la massima machiavelliana contenuta nel capitolo XVIII del Principe , secondo la quale: "non può pertanto uno signore prudente, né debbe, osservare la fede quando tale osservanza gli torni contro e che sono spente le cagioni che la feciono promettere [...] Nelle azioni di tutti li uomini e massime de' principi, dove non è iudizio a chi reclamare, si guarda al fine". 94 Nella breve sequenza del passo federiciano citato ("Les cas de rompre les alliances") affiorano dunque le finalità pratiche di uno scritto destinato ai futuri reggenti, affinché essi tengano conto della soggettività politica del piccolo Stato prussiano e del suo specifico interesse, ma anche dei pericoli che ne minacciano la sopravvivenza e l'espansione all'interno del quadro politico internazionale, dominato dall'ambizione e dall'ambiguità, ovvero dal "chercher à duper les autres". Quest'ultima caratteristica contraddistingue di tutti gli stati "du monde" i quali – così si esprime l'ormai navigato politico dei Conseils "courent la même carrière"; per tale ragione, sempre in riferimento alle alleanze e in continuità alla Histoire, egli prescrive al nipote – il futuro sovrano – di non commettere il grossolano errore "de ne pas les abandonner quand vous croirez qu'il y va de votre intérêt, et surtout soutenez vivement cette maxime , que dépouiller ses voisins, c'est leur ôter le moyen de nous nuire". 95

    <50>

    Per contrastare le ambizioni degli altri casati, si fa obbligo per sovrano la scelta dei mezzi migliori – dai quali dipende il successo di un'impresa –, questi ultimi contemplano anche la trasgressione degli accordi contratti e il sacrificio in vista del fine. In queste poche righe degli avvertimenti di Federico riemerge il conflitto eternamente presente fra politica e morale, al quale viene opposto l'interesse dello Stato, ovvero la ragion di Stato, che per dirla con Meinecke assurge al rango di suprema legge inviolabile. Ma sempre a proposito dei "cas de rompre les alliances", nell' Avant-propos della Historie , Federico introduce una differenza fra morale privata, ovvero fra comportamento individuale, e morale pubblica, per la quale si può operare in difformità ai principi morali in vista di un obiettivo di carattere superiore; da ciò discende che le scelte compiute da un uomo ordinario – che tuttavia "doit être attaché scrupuleusement à sa parole" – possono provocare soltanto "le malheur d'un seul homme", mentre da quelle effettuate dai sovrani possono derivare "des calamités générales pour des nations entières". 96 Non va tuttavia trascurata la differenza, che il re-filosofo traccia fra il grande principe e il "principino", circa le motivazioni che inducono alla rottura degli accordi contratti. Federico ricorre all'esempio di Luigi XIV e del Grande elettore (Federico Guglielmo), entrambi contrassero degli accordi e li ruppero, l'uno per ambizione, l'altro per necessità: i principi "puissants" eludono la schiavitù ("l'esclavage") delle loro obbligazioni "par une volonté libre et indépendante"; mentre i piccoli principi costretti dalla loro debolezza, sono obbligati a cedere di sovente alle congiunture. Nonostante questa distinzione, in termini generali, la questione si riduce all'interrogativo retorico se sia meglio che il popolo perisca o il principe rompa un accordo ("le peuple périsse, ou que le prince rompe son traité?"). Se dunque nel suo agire il principe si trova costretto a sacrificare la sua stessa persona per la salvezza del popolo, a maggior ragione egli deve rinunciare- secondo la visione federiciana - ad osservare gli accordi contratti quando questi ultimi pregiudichino le finalità superiori dello Stato e pertanto si rivelino dannosi per il bene comune . 97

    <51>

    Il vero merito di un sovrano, così argomenta in seguito, consiste nella sincera propensione per "bien public", di "aimer la patrie et la gloire", che costituisce il felice istinto ("l'heureux instinct") che anima gli uomini del desiderio di una buona reputazione ("bonne réputation"), la gloria pertanto costituisce il vero principio delle azioni eroiche("le vrai principe des actions héroïques"), e "le nerf de l'âme", ciò che risveglia lo spirito della sua letargia, dal suo torpore, per condurlo a imprese "utiles, nécessaires et louables". 98 Da questo punto di vista, agli iniziali essais di denuncia e di condanna dell' esprit de conquête , segue una più sistematica "scrittura" che legittima la volontà del piccolo Stato di esistere e di espandersi; insomma nel lungo percorso letterario sviluppato sull'opposizione dialettica fra piccola e grande potenza, "la caratteristica scientifico-naturale del secolo ed il senso della realtà del re si incontrano proprio nel modo in cui il punto di vista dinamico determina il suo pensiero storico". 99 I diversi esempi, cui Federico ricorre nella Histoire , sottolineano ancora meglio il suo pensiero circa il rapporto dialettico fra grandi principi e "principini", fra grandi e le piccole entità politiche, fra "réputation" perseguita dalle prime, e "gloire" perseguita delle seconde, e ancora fra l'intolleranza delle grandi monarchie e la tolleranza dei piccoli Stati.

    <52>

    Come nell'esempio offerto dalla contrapposizione fra la politica del "généreux, humain" Federico Guglielmo 100 (Grande elettore), "restauratore e difensore" della patria, fondatore della potenza del Brandeburgo e l'ambizione superstiziosa e insensibile di Luigi XIV. Si tratta della contrapposizione fra potenza del grande Stato e virtù del piccolo Stato: Luigi "l'arbitre de l'Europe par sa puissance" e Federico-Guglielmo "oracle de l'Allemagne par sa vertu". 101 Il primo "superstitieux et dur", simbolo dichiarato di una politica vorace e ambiziosa contrapposta ad una politica tollerante e caritatevole ("tolérant et charitable"); il secondo, attraverso la prudenza e la fermezza ("sa prudence, sa fermeté") aveva tratto lo Stato "de sa ruine", causata dalla guerra dei Trent'anni: attraverso la sua opera il Brandeburgo divenne "effectivement un nouveau pays". 102

    <53>

    VIII.

    In questi esempi, assunti quasi a modello paradigmatico, si delineano due diversi indirizzi politici, riassunti in un lessico che vede contrapposte alla "galanterie", alla "politesse", alla "générosité", alla "magnificence" e alla "somptuosité française", la "frugalité allemande". Quest'ultima ancora trova nello spirito laborioso di Federico Guglielmo I (re soldato) l'esempio massimo di una scienza del governo rivolta alla politica interna e al rafforzamento dell'esercito, (l'unico in grado di garantire la sopravvivenza del Brandebugo-Prussia), ed animata da una "stoïque vertu", da un'austerità ed una frugalità ("austérité et d'une frugalité") degne dei primi tempi della repubblica romana. Per queste ragioni Federico Guglielmo I fu, secondo Federico, "un philosophe sur le trône". 103 Simili speculazioni scaturiscono dall'oggettivo bisogno di garantire alla Prussia la sopravvivenza, come entità politica pienamente sovrana e indipendente, all'interno di in quadro in cui le controversie dei grandi Stati lasciavano un varco entro il quale le piccole potenze potevano, a proprio vantaggio, inserirsi per reclamare uno spazio proprio di autonomia. Se interpretate in questa direzione alcune le formulazioni dell'Histoire sembrerebbero richiamarsi in modo più o meno diretto, più o meno consapevole, ai precetti machiavelliani.

    <54>

    La ragione, scrive Federico, prescrive in quest'ambito una regola, alla quale nessun uomo di Stato dovrebbe sottrarsi, si potrebbe dire nessun politico savio o virtuoso nel senso machiavelliano. ("La raison nous prescrit une règle sur ce sujet, dont ce me semble aucun homme d'État ne doit s'écarter"), essa consiste nel saper cogliere l'occasione 104 ("saisir l'occasion"), ovvero quella contingenza fortunata, che da l'opportunità di agire secondo virtù, o secondo una "political morality". 105 Nel cap. VI del Principe , Machiavelli instaura un nesso tra virtù, fortuna e occasione, ripreso e approfondito anche nei capitoli successivi: "Ed esaminando le azioni e vita loro – Machiavelli si riferisce ai grandi uomini che non per fortuna sono diventati principi - non si vede che quelli avessino altro da la fortuna che l'occasione, la quale dette loro materia a potere introdurvi dentro quella forma che parse loro; e sanza quella occasione la virtù dello animo loro si sarebbe spenta, e sanza quella virtù la occasione sarebbe venuta invano". Anche il passo federiciano sembrerebbe muoversi in questa direzione: ogni l'azione deve essere intrapresa con ponderazione e prudenza, senza pretendere di forzarne il corso ("mais de ne point la forcer en abandonnant tout au hasard"). E qui Federico, ormai divenuto l' alter Fritz , sembrerebbe aver accolto le massime della lezione machiavelliana contenuta nel cap. XXV del Principe : vi sono "des moments – egli scrive – qui demandent qu'on mette toute son activité en jeu pour profiter"; ma ve ne sono degli altri nei quali "la prudence demande qu'on reste dans l'inaction". Si devono quindi applicare le regole con cautela e saggezza giacché il momento determinante della decisione politica si lega all'analisi di particolari congiunture, e questa capacità di valutare in tempo e di prevedere, ovvero di conoscere discosto è la virtù data all'uomo prudente. 106

    <55>

    Quest'ultimo secondo il Fiorentino, ma anche secondo Federico, deve agire in base alla qualità de' tempi , ovvero in base a come i tempi e le cose girano . Le regole dunque non sono date in modo definitivo, ma devono essere di volta in volta ripensate e riadattate alle circostanze in atto. In tal senso l'uomo virtuoso o "homme habile" per Federico deve pensare uno modo (cap. IX) che possa convenire, a seconda dell'occasione. L'uomo virtuoso è colui che cerca di indagare la necessità, di domarla per perseguire il suo progetto. È evidente come il buon esito di un'impresa dipenda tanto per Federico quanto per Machiavelli dalla virtù di sapere controllare il proprio temperamento per adattarlo all'occasione.

    <56>

    Il re di Prussia non si distanzia dal pensiero di Machiavelli quando scrive che in politica sia necessario esaminare lo stato delle cose, ma anche prevedere tutte le conseguenze di un'azione, nonché mettere a confronto i propri mezzi con quelli dei nemici, per valutare quali abbiano la meglio nel quadro generale ("parce que non seulement il faut bien examiner l'état des choses, mais qu'il faut encore prévoir toutes les suites d'une entreprise, et peser les moyens que l'on a avec ceux de ses ennemis, pour juger lesquels l'emportent dans la balance"). Se tuttavia oltre alla ragione è coinvolta anche la passione, appare difficile che a tale impresa arrida un grande successo ("Si la raison n'y décide pas seule, et que la passion s'en mêle, il est impossible que d'heureux succès suivent une pareille entreprise"), e qui assume valore la capacità indispensabile di adattare i comportamenti soggettivi – esercitando un controllo anche sul temperamento ovvero sulle "passions" - per conformarli alle nuove e diverse forme che assumono "i tempi e li ordini" delle cose.

    <57>

    In questo discorso è di centrale importanza quell'abilità "tecnica" di riuscire ad adattare ai fini i mezzi in possesso, dei quali il Principe sembra essere schiavo ("les princes sont les esclaves de leurs moyens"). La politica scrive il re di Prussia, è un’ arte che richiede pazienza, e il capolavoro di un uomo abile consiste nell'agire a tempo debito e nel modo giusto: "la politique demande de la patience; et le chef-d'œuvre d'un homme habile est de faire chaque chose en son temps et à propos" (p. XXIII), in quest'ottica la virtù del Principe consiste nel di saper controllare l'elemento imponderabile in ogni azione, e nell'avere contezza delle condizioni storiche, politiche e militari, e di quelle vedere discosto , giacché in modo imprevedibile si rendono particolarmente adattate proprio certe qualità e non altre per affrontare un singolo evento.

    <58>

    Infine l’autore chiude l' Avant-propos (1775) con le seguenti parole:"L'histoire est l'école des princes: c'est à eux de s'instruire des fautes des siècles passés, pour les éviter, et pour apprendre qu'il faut se former un système, et le suivre pied à pied; et que celui qui a le mieux calculé sa conduite, est le seul qui peut l'emporter sur ceux qui agissent moins conséquemment que lui". 107

    <59>

    IX.

    In questa complessa personalità di filosofo e uomo di potere, diversi interpreti hanno voluto scorgere la dialettica fra visione erasmiana (moriana) e machiavelliana, fra raison philosophique e raison politique . Thomas Mann 108 ci consegna il ritratto di un eroe tragico ("Heroismus der Schwäche"), nella drammaticità di una antitesi quasi inconciliabile fra morale e politica, fra ethos e kratos, termini ripresi da Friedrich Meinecke nella sua monografia sull'essenza della ragion di Stato nella storia moderna. Il capolavoro dello storico, sebbene "viziato" da una torsione ideologica e orientata "costituisce – tuttavia – la più profonda, potente e incisiva raffigurazione del problema della politica nel pensiero europeo dell'età moderna". 109 In esso viene tracciata una contrapposizione, in seguito ripresa da Gerhard Ritter, fra due modelli politici contrastanti, l'uno utopista e moralista, l'altro comunque legato alla "fede idealistica nella potenza quale principio ordinatore e costruttore" dello Stato, che interpreta la virtù come insieme di volontà e astuzia, considerate capacità politiche essenziali. In Federico i due modelli agiscono in una continua ricerca di una possibile sintesi, fino alla lacerante consapevolezza che risulta impraticabile conciliare i principi etici con il rafforzamento dello Stato, la sua espansione e la sua conservazione. 110

    <60>

    Mann e Meinecke mostrano un significativo interesse per Federico di Prussia e ciascuno gli dedica un corposo saggio. Mann descrive l'"autore dell'umanissimo Antimachiavel" come figura dalla natura antinomica, misteriosa, complessa e lacerata, chiusa in un'irrequieta "volontà di solitudine, radicale, assoluta", 111 animata da "tratti demoniaci e utilitaristici" e da uno spirito eroico che sacrifica la sua vocazione di filosofo per fare il re affinché si realizzi "la missione di un grande popolo". 112 Nelle pagine della Grande coalizione , Federico si presenta come l'idealista autore dell' Antimachiavel , pronto a liberare "l'umanità contro […] – il – mostro che la minaccia" (p. 3), ma anche come l'astuto e grande re che con una "malvagia quanto malinconica sovranità" si appresta fatalmente ad applicare le regole "del corruttore della politica". 113

    <61>

    In Meinecke, "tedesco bismarckiano con caratteri marcatamente prussiani", l'idea di Stato, secondo lo storico del diritto Michael Stolleis "nella sua oscillazione fra natura e spirito, coscienza storica e tensione verso valori assoluti" assume la forma "sovra storica" e astrattiva di Machtstaat. 114 Nel suo pensiero le formule di ragion di Stato e machiavellismo vengono appiattite fino a diventare quasi sinonimi, allo stesso modo Machiavelli-machiavellismo da un lato, e ragion di Stato dall'altro lato diventano espressioni equivalenti. Meinecke dunque "schiaccia" letteralmente il Fiorentino dentro lo spazio della ragion di Stato, che viceversa – come è noto – non gli appartiene se non nell'ordinaria vulgata di un approssimativo machiavellismo, elaborato specialmente – ma non solo – dal XVIII secolo in poi. Meinecke si sofferma sulla dicotomia del pensiero del sovrano prussiano, i cui termini antitetici diventano Machiavelli e Antimachiavel, i due territorî sui quali si muoverà lo spirito tormentato di Federico. La vittoria del primo (Machiavelli) sul secondo (Antimachiavel), nel pensiero e nell'azione del re di Prussia, e in seguito anche "l' Antimachiavel riporterà la sua vittoria su Machiavelli: perché la Prussia non divenne semplicemente uno Stato di potenza, ma per opera di Federico – stando a Meinecke – fu indirizzata per la via dello Stato costituzionale e dello Stato di cultura". 115

    Autorin:

    Dr. Rosanna Schito

    e-mail: rosannaschito@hotmail.com

    1 Mein Dank gilt der Bühler-Stiftung-Berlin für das Stipendium zur Nutzung der “Gerhard Knoll-Forschungsbibliothek” der Stiftung Preußische Schlösser und Gärten Berlin-Brandenburg.
    Der Abstract wurde von Nadja Geißler (SPSG) aus dem Italienischen übersetzt.

    2 Cornel Zwierlein / Annette Meyer (Hg.): Machiavellismus in Deutschland. Chiffre von Kontingenz, Herrschaft und Empirismus in der Neuzeit, München 2010; Frank Althoff / Eef Overgaauw (Hg.): Homme de lettres – Federic. Der König am Schreibtisch, Berlin 2012; Generaldirektion der Stiftung Preußische Schlösser und Gärten Berlin-Brandenburg (Hg.): Friederisiko. Friedrich der Große, 2 Bde., München 2012.


    3 Zwierlein / Meyer (Hg.): Machiavellismus (wie Anm. 2), 19.

    4 Sebbene il nome del principe ereditario resti anonimo, e Voltaire compaia come curatore dell'opera, la paternità dell’opera era un "segreto pubblico"; Friedrich der Große: Der Antimachiavell, mit einem Nachwort von Helga Bergmann, Leipzig 1991. In anni lontani fu avviato lo studio, su basi ben fondate sotto il profilo bibliografico, delle edizioni uscite vivente Federico: Charles Fleischauer (Hg.): L'Anti-Machiavel par Frédéric II (= Studies on Voltaire and the Eighteenth Century 5) , Genève 1958. In appendice: Bibliographie des éditions de l'Antimachiavel pendant la vie de Frédéric, 361-372, in cui si elencano 33 edizioni dell'opera, in ordine cronologico di pubblicazione, comprese fra il 1740 e il 1775. Il saggio è ancor oggi utile. Successivamente a quelle censite da Fleischauer, come mettono in evidenza le ricerche fin qui condotte dal gruppo che lavora alla preparazione della Bibliografia machiavelliana, si contano prima del 1914 almeno le edizioni del 1779, 1793, 1823 1825, 1832, 1834, 1854, 1899, 1912, 1913.

    5 Jacques Brenner (Hg.): Mémoires pour servir à la vie de Voltaire, écrits par lui-même, Paris 1988, 32.

    6 A nnette Meyer: Machiavellilektüre um 1800. Zur marginalisierten Rezeption in der Popularphilosophie, in: Zwierlein / Meyer (Hg.): Machiavellismus (wie Anm. 2), 191-213, hier: 193.

    7 Leopold von Ranke: Die großen Mächte, in: Historisch-politische Zeitschrift 2 (1833), 1-51.

    8 Friedrich Meinecke: L' idea della ragion di Stato nella storia moderna , Firenze 1970, 282.

    9 Mi sia consentito rinviare a Rosanna Schito: Alla ricerca della sovranità. Fonti e percorsi nella Germania del XVII secolo, Roma 2011.

    10 Karlheinz Blaschke: Finanze e ragion di Stato in Sassonia all’inizio dell’Età moderna, in: Aldo De Maddalena / Hermann Kellenbenz (Hg.): Finanze e ragion di Stato in Italia e in Germania nella prima Età moderna, Bologna 1984, 233-247, hier: 246.

    11 Hans Martin Sieg: Staatsdienst, Staatsdenken und Dienstgesinnung in Brandenburg-Preußen im 18. Jahrhundert (1713–1806). Studien zum Verständnis des Absolutismus, Berlin u.a. 2003.

    12 Friedrich der Große: Testament Politique [1752] / Politisches Testament, in: Richard Dietrich (Hg.): Die politischen Testamente der Hohenzollern , Köln / Wien 1986, 310.

    13 Johann D. E. Preuss (Hg.): Œuvres de Frédéric le Grand, 30 Bde., Berlin 1846–1856, hier: Bd. 9,

    99 f.

    14 Gustavo Corni: Stato assoluto e società agraria in Prussia nell'età di Federico II, Bologna 1982, 392.

    15 Francesco Trevisani: Johannes Clauberg e l'Aristotele riformato, in: Guido Canziani (Hg.): L'interpretazione nei secoli XVI e XVII, Milano 1993, 103-126: hier 124; Thorsten Kingreen: Das Sozialstaatsprinzip im europäischen Verfassungsverbund. Gemeinschaftsrechtliche Einflüsse auf das deutsche Recht der gesetzlichen Krankenversicherung, Tübingen 2003, 42 ff.

    16 Pierangelo Schiera : La Prussia fra polizia e lumi. Alle origini del "Modell Deutschland", in: Annali dell'Istituto storico italo-germanico in Trento, 1 (1975); ders.: Dall'arte di governo alle scienze dello Stato. Il Cameralismo e l'assolutismo tedesco, Milano 1968; ders.: Stato e non-Stato nella Germania moderna. Prospettive cetuali nella ricerca sull'assolutismo tedesco, in: Annali dell'Istituto storico italo-germanico in Trento, 1 (1975), 51-84; ders.: La concezione amministrativa dello Stato in Germania 1550 1750, in: Luigi Firpo (Hg.) Storia delle idee politiche, economiche e sociali, Torino 1980, Bd. 4,1: L'etá moderna, 363-442.

    17 Hans-Ludwig Schreiber: Der Begriff der Rechtspflicht. Quellenstudien zu seiner Geschichte , Berlin 1966, 23.

    18 Werner Schneiders: Naturrecht und Liebesethik. Zur Geschichte der praktischen Philosophie im Hinblick auf Christian Thomasius , Hildesheim / New York 1971, 229; vgl. auch Vanda Fiorillo: Il dovere coercitivo esterno, come remedium peccati nel giusnaturalismo di Christian Thomasius , in: Heliopolis. Culture, civiltà, politica, Anno IX, 1 (2011), da cui è tratta la traduzione it. della citazione, 1: http://dscpi.uninsubria.it/creso/uploads/file/Heliopolis%202011/1_2011_Fiorillo.pdf <21.10.2013>.

    19 Michael Stolleis: Storia del diritto pubblico in Germania, Bd. 1 : Pubblicistica dell'impero e scienza di polizia 1600 1800 , Milano 2008, 369.

    20 Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 7, 121; Federico si riferisce Christian Wolff: Al Philosophia rationalis sive logica, methodo scientifica pertractata et ad usum scientiarum atque vitae aptata. Praemittitur discursus praeliminaris de philosophia in genere, Frankfurt / Leipzig 1728 (3. Aufl. 1740). Hierzu Hans-Martin Gerlach (Hg.): Christian Wolff als Philosoph der Aufklärung in Deutschland, Halle 1980; Werner Schneiders (Hg.): Christian Wolff 1679–1754. Interpretationen zu seiner Philosophie und deren Wirkung. Mit einer Bibliographie der Wolff-Literatur , 2. Aufl., Hamburg 1986.

    21 Nicolao Merker: L'Illuminismo in Germania. Età di Lessing, Roma 1989, 134; Giuliano Baioni: Classicismo e Rivoluzione. Goethe e la Rivoluzione francese, Napoli 1969, 19 ff.

    22 Vittorio Mathieu (Hg.): Gottfried Wilhelm Leibniz: Scritti politici e di diritto naturale, 2. Aufl., Torino 1965 ; Patrick Riley (Hg.): The Political Writings of Leibniz , Cambridge 1972 e relativa bibliografica; Ernst Cassirer: Leibniz’ System in seinen wissenschaftlichen Grundlagen (Gesammelte Werke, Bd.1), Hamburg 1998; Karl Herrmann: Das Staatsdenken bei Leibniz , Bonn 1958; Emilienne Naert: La Pensée Politique de Leibniz , Paris 1964; Luca Basso: Individuo e comunità nella filosofia di G. W. Leibniz , Soveria Mannelli 2005 .

    23 Per una ricognizione generale Paul Hazard: La crise de la conscience européenne 1680 1715, Paris 1961, II.

    24 Vgl. Martin Fontius: Friedrich II. und die europäische Aufklärung (= Forschungen zur brandenburgischen und preussischen Geschichte Neue Folge 4), Berlin 1999.

    25 Preuss (Hg .): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 7, 130.

    26 Stolleis: Storia (wie Anm. 19), Vol. 1, 369.

    27 Werner Schneiders (Hg.): Christian Wolff 1679–1754. Interpretationen zu seiner Philosophie und deren Wirkung, Hamburg 1986, 306-319.

    28 Oliviero Mancini: Diritto naturale e potere civile in Samuel Pufendorf, in: Giuseppe Duso (Hg.): Il contratto sociale nella filosofia politica moderna, Milano 2007, 109-148; Fiammetta Palladini: Samuel Pufendorf discepolo di Hobbes. Per una reinterpretazione del giusnaturalismo moderno, Bologna 1990; Vanda Fiorillo: Samuel Pufendorf. Filosofo del diritto e della politica, Napoli 1996.

    29 Damiano Canale: La costituzione delle differenze, giusnaturalismo e codificazione del diritto civile nella Prussia del '700, Torino 2000, 82.

    30 Histoire de mon temps. Avant-propos 1743, in: Hans Droysen / Fernand Caussy / Gustav Berthold Volz (Hg.): Nachträge zu dem Briefwechsel Friedrichs des Großen mit Maupertuis und Voltaire. Nebst verwandten Stücken (= Publikationen aus den K. Preussischen Staatsarchiven, 90), Leipzig 1917, 84-86 , hier: 85 : “J'espère que la postérité pour laquelle j'écris, voudra distinguer en moi le philosophe du prince e l'honnête homme du politique.”

    31 Histoire de mon temps (wie Anm. 30), 84-86.

    32 Wilhelm Dilthey / Giancarlo Magnano San Lio (Hg.): Federico il Grande e l'illuminismo tedesco, Soveria Mannelli 2002, 30.

    33 Maurizio Bazzoli, Il piccolo S tato nell'età moderna: studi su un concetto della politica internazionale tra XVI e XVIII secolo, Milano 1990, 111.

    34 Preuss (Hg .): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 8, 12, 27.

    35 Restano validi, benché datati; hierzu Eduard Sieber: Die Idee des Kleinstaates bei den Denkern des 18. Jahrhunderts in Frankreich und Deutschland, Basel 1920; Werner Kaegi: Der Kleinstaat im europäischen Denken (1938), in: ders. (Hg.): Historische Meditationen, Zürich 1942, 249-314.

    36 Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 8 , 24.

    37 Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 8 , 27.

    38 Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 8 , 27.

    39 Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 8 , 27: "Ainsi, dès que la politique et la prudence des princes de l'Europe perd de vue le maintien d'une juste balance entre les puissances dominantes, la constitution de tout ce corps politique s'en ressent : la violence se trouve d'un côté, la faiblesse de l'autre; chez l'un, le désir de tout envahir, chez l'autre, l'impossibilité de l'empêcher; le plus puissant impose des lois, le plus faible est dans la nécessité d'y souscrire; enfin tout concourt à augmenter le désordre et la confusion; le plus fort, comme un torrent impétueux, se déborde, entraîne tout, et expose ce malheureux corps aux révolutions les plus funestes". Sull´interpretazione di questo capoverso vgl. Theodor Schieder : Die Idee des Gleichgewichts bei Friedrich dem Großen , in: Klaus Hildebrand / Reiner Pommerin (Hg.): Deutsche Frage und europäisches Gleichgewicht . Festschrift für Andreas Hillgruber, Köln u.a. 1985, 1-14, hier: 4.

    40 Per questo lavoro è stata utilizzata l'edizione de Ugo Dotti (Hg.): Niccolò Machiavelli: Il Principe, con uno scritto di G.W.F. Hegel , Milano 1991, 179.

    41 Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 28, 48.

    42 Nada Carli (Hg.): Federico II: L' Antimachiavelli, Pordenone 1995, 99, 100.

    43 Carli (Hg.): Federico II (wie Anm. 42) , 101.

    44 Carli (Hg.): Federico II (wie Anm. 42) , 100.

    45 Carli (Hg.): Federico II (wie Anm. 42) , Kap. XXVI.

    46 Carli (Hg.): Federico II (wie Anm. 42), 126; vgl. Carli (Hg.): Federico II (wie Anm. 42), 124: "Nei momenti critici in cui si discute l´alleanza, i principi devono essere più vigili del solito: è loro dovere analizzare attentamente ciò che possono concedere, per poter mantenere i loro impegni. Un trattato, esaminato in ogni particolare, ponderato in tutte le sue conseguenza è molto diverso da quel che appariva ad un esame generico: quello che poteva sembrare un vantaggio, dopo un esame molto attento si può risolvere semplicemente in un palliativo, destinato a portare in rovina lo stato. A queste precauzioni bisogna aggiungere la cura di analizzare attentamente ogni termine del contratto ed una pignoleria da grammatici deve sempre precedere l'abilità politica, perché non abbiano mai luogo malintesi fra lo spirito e la lettera del trattato." Vgl. Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 8, 177: "afin que cette distinction frauduleuse de la parole et de l'esprit du traité ne puisse point avoir lieu."

    47 Carli (Hg.): Federico II (wie Anm. 42) , 98.

    48 Carli ( Hg.): Federico II (wie Anm. 42), 44; vgl. Federico II: Antimachiavelli (wie Anm. 42), Kap. X: "... sostengo che un principe, per quanto possa essere temuto, non sarebbe in grado di resistere da solo a nemici più potenti, ma necessariamente bisogno di aiuti alleati. Se il più formidabile e potente sovrano d'Europa, Luigi XIV, fu sul punto di soccombere durante la guerra di successione spagnola, e senza alleati non avrebbe potuto resistere alla coalizione di tanti re e principi pronti a schiacciarlo, un sovrano inferiore a lui non può da solo, privo di alleati, opporsi al nemico senza gravi rischi."

    49 Carli (Hg.): Federico II: Antimachiavelli (wie Anm. 42), 127. Il medesimo problema viene trattato con maggiore chiarezza nella Histoire de mon temps, Avant-propos (1775), in: Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 2, XIII-XXV.

    50 Carli (Hg.): Federico II (wie Anm. 42) , 79.

    51 Vgl. Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 25, 98: "Vous me parlez d'une question à proposer à l'Académie. Hélas! nous avons perdu encore récemment le pauvre Lambert, un de nos meilleurs sujets. Je ne sais qui pourra traiter la question : S'il est permis de tromper les hommes? Je crois que Béguelin serait le seul capable de traiter philosophiquement cette question."

    52 Questione che ora Federico trattava in questi termini; vgl. Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 25, 99: "Tout homme qui veut en imposer au public de propos délibéré, pour son intérêt ou pour quelque vue particulière, est sans doute coupable; mais n'est-il pas permis de tromper les hommes lorsqu'on le fait pour leur bien? par exemple, de déguiser une médecine à laquelle le malade répugne, pour la lui faire avaler, parce que c'est le seul moyen de le guérir? ou bien de diminuer la perte d'une grande bataille, pour ne pas décourager une nation entière? ou enfin de dissimuler un malheur ou un danger auquel un homme serait trop sensible, si on le lui annonçait crûment, afin d'avoir le temps de l'y préparer? S'il s'agit de religion, il paraît, par tout ce qui nous est parvenu de l'antiquité, que l'ambition s'en est servie pour s'élever."

    53 Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 18, 6.

    54 Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 21, 395.

    55 Carli (Hg.): Federico II (wie Anm. 42), 82.

    56 Carli (Hg.): Federico II (wie Anm. 42), 83.

    57 Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 22, 14.

    58 Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 22, 55.

    59 Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 18, 22.

    60 "[U]ne vertu que les hommes d'État ne doivent pas toujours pratiquer à la rigueur, à cause de la corruption du siècle; et que, dans ce changement de règne, il était plus convenable de donner des marques de fermeté que de douceur", Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 2, 59.

    61 Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 8, 30.

    62 Bazzoli: Stato (wie Anm. 33), 125 ff.

    63 Samuel von Pufendorf: Introduction à L'Histoire Des principaux Etats, Tels qu'ils sont aujourd'hui dans L'Europe ... Traduite de l'original Allemand De Samuel Pufendorf, Utrecht 1685.

    64 Preuss (Hg .): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 2, 53, 54.

    65 Carli (Hg.): Federico II (wie Anm. 42), 127.

    66 Josef Maček: Machiavelli e il machiavellismo, edizione italiana a cura di Luciano Antonetti, Firenze 1980, 165.

    67 Carli (Hg.): Federico II (wie Anm. 42) , 128.

    68 Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 9, 221 ff.

    69 Les conseils du trône, donnés par Frédéric II, dit Le Grand, aux rois et aux peuples de l'Europe, Paris / Rouen 1823, 22.

    70 Bazzoli: Stato (wie Anm. 33), 59 ff.

    71 Friedrich Schiller: Deutsche Größe, in: Norbert Oellers (Hg.): Schillers Werke. Nationalausgabe. Bd. 2, Teil 1, Weimar 1983, 431.

    72 Maurizio Bazzoli: Il pensiero politico dell'assolutismo illuminato, Firenze 1986, 392.

    73 Giulio Ferroni: Machiavelli, o dell'incertezza. La politica come arte del rimedio, Roma 2003, 34.

    74 Schieder: Die Idee des Gleichgewichts (wie Anm. 39), 5.

    75 Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 8 , 18.

    76 Idées sur les projets politiques à former au sujet de la mort de l'empereur, in: Johann G. Droysen / Maximilian W. Duncker / Heinrich von Sybel (Hg.): Politische Correspondenz Friedrichs des Großen, Bd. 1, Berlin 1879 1939, 90 ff.

    77 Idées sur les projets politiques (wie Anm. 76), 90.

    78 Idées sur les projets politiques (wie Anm. 76), 90, 91: "et qui regardera d'un œil satisfait l'abaissement de la maison impériale".

    79 Idées sur les projets politiques (wie Anm. 76), 90, 91.

    80 Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 2, 43.

    81 Fleischauer: L'Anti-Machiavel (wie Anm. 4) , 20.

    82 Fleischauer: L'Anti-Machiavel (wie Anm. 4) , 25.

    83 Fleischauer: L'Anti-Machiavel (wie Anm. 4), 27.

    84 In tal senso anche l'ampliamento verso nord della sua base ristretta, ad opera del Grande E lettore, costituiva un dovere legato all'autoconservazione dello Stato .

    85 Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 2, 43: "[l]e progrès des arts en Allemagne, ce furent les guerres qui se suivirent depuis Charles-Quint jusqu'à celle de la succession d'Espagne. Les peuples étaient malheureux, et les princes, pauvres. Il fallut penser premièrement à s'assurer les aliments indispensables, en remettant les terres en culture; il fallait établir les manufactures selon que les premières productions les indiquaient : et ces soins presque généraux empêchèrent que la nation pût se tirer des restes de la barbarie dont elle se ressentait encore; ajoutez qu'en Allemagne les arts manquaient d'un point de ralliement , comme étaient Rome et Florence en Italie, Paris en France, et Londres en Angleterre".

    86 Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 2, 43: "Les universités avaient, à la vérité, des professeurs érudits, pédants et toujours dogmatiques; personne ne les fréquentait, à cause de leur rusticité. Il n'y eut que deux hommes qui se distinguèrent à cause de leur génie, et qui firent honneur à la nation : l'un, c'est le grand Leibniz, et l'autre, le docte Thomasius. Je ne fais point mention de Wolff, a qui ruminait le système de Leibniz."

    87 Preuss (Hg .): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 7, 135.

    88 Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 7,140.

    89 Histoire, Avant-propos 1743 (wie Anm. 30), 84.

    90 Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 2, XVI.

    91 Dilthey: Federico il Grande (wie Anm. 32), 62, 55.

    92 Histoire, Avant-propos 1746, in: Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 2, V-XII.

    93 Histoire, Avant-propos 1775, in: Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 2, XVIII.

    94 Machiavelli: Principe (wie Anm. 40).

    95 Les conseils du trône (wie Anm. 69), 14.

    96 Histoire, Avant-propos 1775, in: Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 2, XIX.

    97 Vgl. Histoire, Avant-propos 1775, in: Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 2, XVIII.

    98 Histoire, Avant-propos 1775, in: Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 2, XVII.

    99 Dilthey: Federico il Grande (wie Anm. 32), 62.

    100 Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 1, 106.

    101 Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 1, 109.

    102 Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 1, 256.

    103 Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 1, 145, 146.

    104 Histoire, Avant-propos 1775, in: Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 2, XXIII: "La raison nous prescrit une règle sur ce sujet, dont ce me semble aucun homme d'État ne doit s'écarter : c'est de saisir l'occasion, et d'entreprendre lorsqu'elle est favorable, mais de ne point la forcer en abandonnant tout au hasard. Il y a des moments qui demandent qu'on mette toute son activité en jeu pour profiter; mais il y en a d'autres où la prudence demande qu'on reste dans l'inaction. Cette matière exige la plus profonde réflexion, parce que non seulement il faut bien examiner l'état des choses, mais qu'il faut encore prévoir toutes les suites d'une entreprise, et peser les moyens que l'on a avec ceux de ses ennemis, pour juger lesquels l'emportent dans la balance. Si la raison n'y décide pas seule, et que la passion s'en mêle, il est impossible que d'heureux succès suivent une pareille entreprise : la politique demande de la patience; et le chef-d'œuvre d'un homme habile est de faire chaque chose en son temps et à propos"

    105 Quentin Skinner: Machiavelli's Political Morality, in: European Review 6 (1998), 321-325.

    106 Vgl. Machiavelli: Principe (wie Anm. 40), Kap. III.

    107 Per questa e le altre cit.: Histoire, Avant-propos 1775, in: Preuss (Hg.): Œuvres (wie Anm. 13), Bd. 2, XXIV.

    108 Thomas Mann: Federico II e la grande coalizione, in: Beatrice Talamo (Hg.): Federico II di Prussia fra Thomas Mann e Friedrich Meinecke, Roma 2003, 126; Hans Mayer: Thomas Mann, Frankfurt 1984, 79f.

    109 Federico Chabod / Friedrich Meinecke: Rendiconti dell'Accademia nazionale dei Lincei. Classe di scienze morali, storiche e filosofiche, Appendice. Necrologi di soci defunti nel decennio dicembre 1945 dicembre 1955, Roma 1957, 93-97; poi in: Federico Chabot / Luigi Firpo (Hg.): Lezioni di metodo storico, Bari / Laterza, 1969, 279-308 , hier: 306.

    110 Gerhard Ritter: Il volto demoniaco del potere, Bologna 1958, 41.

    111 Mann: La grande coalizione (wie Anm. 108), 81, 89.

    112 Mann: La grande coalizione (wie Anm. 108), 127.

    113 Mann: La grande coalizione (wie Anm. 108), 126.

    114 Michael Stolleis: Friedrich Meineckes "Die Idee der Staatsräson" und die neuere Forschung , in: Michael Erbe (Hg.): Friedrich Meinecke heute , Berlin 1981, 50-75 , hier: 57.

    115 Meinecke: L'idea della ragion di Stato (wie Anm. 8) , 318.

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    PSJ Metadata
    Rosanna Schito
    Raison philosophique / raison politique
    Raison philosophique / raison politique: il machiavellismo di Federico di Prussia
    CC-BY-NC-ND 3.0
    Frühe Neuzeit (1500-1789)
    Deutschland / Mitteleuropa allgemein
    Ideen- und Geistesgeschichte, Politikgeschichte
    18. Jh.
    4011882-4 118535749 4168418-7 4045791-6 4115590-7 4049716-1 4194196-2
    1712-1786
    Deutschland (4011882-4), Friedrich II., Preußen, König (118535749), Machiavellismus (4168418-7), Philosophie (4045791-6), Politisches Denken (4115590-7), Rezeption (4049716-1), Textanalyse (4194196-2)
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    R. Schito: Raison philosophique / raison politique
    In: Studien und Vorträge zur preußischen Geschichte des 18. Jahrhunderts der Stiftung Preußische Schlösser und Gärten
    URL: https://prae.perspectivia.net/publikationen/friedrich300-studien/schito_raison
    Veröffentlicht am: 19.11.2013 13:45
    Zugriff vom: 30.03.2020 00:10
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